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«Ma io sono fiero del mio sognare, di questo eterno mio incespicare» (Francesco Guccini)
Frodo ce l'ha fatta
Finalmente, con "ben" 24 ore di ritardo causa otite di mia figlia, ho visto Il Ritorno del Re. Le tre ore e venti sono passate in tre minuti e venti secondi, mi sono trovato ad applaudire Legolas che zompa sull'elefantone e con la pelle d'oca dopo il discorso di Aragorn, pronto a partire per l'ultimo assalto a Mordor. Colossale. Non posso che associarmi ad Alberto Crespi quando nella sua recensione su l'Unità scrive che aspettiamo "l'uscita del cofanetto Dvd del Ritorno del re per organizzarsi la propria maratona privata: partenza verso mezzogiorno e conclusione a notte fonda, pause mangerecce, tifo indiavolato (viva gli hobbit, abbasso gli orchi) e rutto libero!". Da non perdere anche il suo commento all'opera completa. Non sono mancate le critiche. Tra le poche degne di attenzione quella di Roberto Cotroneo, sempre su l'Unità di oggi a titolo "Il signore senza anelli", a cui ho pensato di rispondere.

IL SIGNORE SENZA ANELLI
di Roberto Cotroneo

Se fosse un episodio soltanto, un semplice kolossal con cifre da capogiro, una messa in scena cinematografica come non se ne erano mai viste prima, ci sarebbe poco da scrivere su questa kermesse non stop dedicata al “Signore degli anelli”. Se fosse solo questo, potremmo ragionare sul perché ci sia molta gente, e soprattutto bambini e ragazzini, che ha voglia di rimanere per più di nove ore in una sala cinematografica per vedersi tutti, e tutti di seguito, i tre episodi del film tratto, in modo fedele e assai preciso, dal romanzo fiume di Tolkien. Ma non è questo. O meglio non è solo questo. Ci sono una serie di elementi che andrebbero analizzati meglio. E che ci dicono moltissimo di questomondo in cui viviamo, e del perché questo evento sia un successo da un lato e un fenomeno preoccupante dall’altro. Ma andiamo con ordine. Per prima cosa sgombriamo il campo da una serie di equivoci. “Il Signore degli anelli” di Tolkien è un libro fin troppo famoso. Su cui si è scritto tutto. E su cui pende una condanna ideologica piuttosto forte. Come tutte le condanne ideologiche non sempre è giusta. E deve generare diffidenza. Libro di destra. Meglio ancora: libro chiave di una certa cultura di destra. Non è un caso che il romanzo sia stato tradotto e curato da un intellettuale di destra come Quirino Principe (tra l’altro famosomusicologo), e che di questo libro si sia occupato con serietà, un altro intellettuale vicino a posizioni culturali della destra come Elemire Zolla. Non è un caso che in Italia “Il signore degli anelli” sia stato pubblicato dall’editore Rusconi, vicino alla destra. E che sia stato ignorato da buona parte della cultura dominante italiana. Questo primo elemento va tenuto in considerazione, ma non ci porta da nessuna parte. Siamo nel puro luogo comune. Come per tutti i luoghi comuni che si rispettino è assolutamente vero. Ma non ci interessa più di tanto. Fa parte della cultura di destra Celine, e persino Nietzsche, e nessuno può negare che siano due straordinari intellettuali e filosofi di questo Novecento, fa parte della cultura di destra buona parte del catalogo dell’editore Adelphi, che è oggi il più colto e importante editore italiano. Quindi se Tolkien è stato ignorato a sinistra, e se per molte generazioni “Il Signore degli anelli” è stato un libro da evitare, questo non vuol dire che non potrebbe essere riscoperto oggi. Ma questa è storia passata. Il presente è un film ambiziosissimo, un fenomeno mondiale che è entrato nell’immaginario dei nostri figli. Non solo perché il cinema ha mostrato di questo libro il suo aspetto più spettacolare. Ma per un altro motivo: perché mette in scena non soltanto grandi lotte e grandi battaglie, eroi e tenebre, ma una filosofia. Esattamente come fa e ha fatto un’altra grande trilogia di grande successo, che è quella di “Matrix”. I ragazzini che vedono per nove ore di seguito “Il signore degli anelli”, assistono a una teorizzazione delmale, comemai era accaduto prima. Una teorizzazione del male terribile, cupa, di fatto senza scampo. Una filosofia delle tenebre che atterrisce. E non perché il male nella storia di Tolkien, e ancora di più nel film, è rappresentato da mostri quasi invincibili e raccapriccianti. Ma perché è un’idea del male che spazza via tutti i distinguo e i ragionamenti che su questo concetto sono stati formulati in almeno duemila anni di filosofia e di teologia. L’idea che corre per tutto il film è un’idea del male come assoluta negazione del bene. Per chi non conosce abbastanza le idee filosofiche che stanno dietro questo concetto, posso dire che in tutto il pensiero occidentale ci sono due modi di pensare il male. Come la negazione dell’essere (ovvero il non-essere), oppure come una dualità dell’essere. In pratica: o il male è il nulla assoluto, oppure il male è contenuto nel bene, nell’essere, ed è una sua contraddizione interna. Per capirci ancora meglio. O il male è un mistero insondabile e orribile, con cui non abbiamo nulla a cui spartire. E questa è la visione attribuibile a Tolkien. Oppure il male ci arriva dalla filosofia e poi dal cristianesimo. E dice, semplificando ma non troppo, che persino Satana è una creatura di Dio. Un grande filosofo italiano del secondo Novecento, Luigi Pareyson, scriveva: «che Dio contiene in se stesso una traccia del Male ». Non è una follia. È l’idea che fa del Cristianesimo una religione importante, e dell’Occidente un mondo sostanzialmente civile. L’idea del male come elemento della realtà, del male come possibilità dell’esistenza, aiuta a combatterlo quando si manifesta, e aiuta a capirlo. Persino la psicoanalisi è figlia di quest’idea che chiamiamo dualistica. Quando ci dice che nella nostra vita noi conviviamo con il male, che è una parte di noi. Ma quando i nostri figli vanno a vedere Tolkien al cinema, si fanno un’idea ben diversa. E ancora più radicale di quella che hanno avuto nel passato i semplici lettori di Tolkien. Perché il cinema è immagine, il cinema rappresenta e mette in scena in fantasmi della mente. Il male come materia. In quelle nove ore i ragazzi stanno nelle tenebre del male e nelle tenebre della materia. Il male come materia è un concetto ben chiaro a certi mistici, e arriva dritto dritto da un filosofo neoplatonico che si chiamava Plotino, e che diceva: il male è mancanza, assenza. E poiché la materia (al contrario della luce) è assenza, il male è nella materia. Dunque non è difficile aggiungere un’altra cosa ancora. Se il male è la materia, il male è il mondo. Dunque il male va combattuto con le armi del bene, ma va combattuto annientandolo. Attribuendo al male una diversità terribile che non accetta compromessi. Il male che l’industria del cinema consegna alla coscienza dei ragazzi che vanno a vedere “Il signore del anelli” è di questo tipo. I mostri vanno annientati, i mostri sono più mostruosi di qualsiasi immaginazione plausibile. Il male è un potere oscuro e incontrollabile, alieno, che non seduce, e che si presenta nel campo di battaglia con le sue insegne. Ma cerchiamo di non cadere in un equivoco. Tutto questo non è un ragionamento sofisticato di chi ha letto qualche libro. Tutto questo è il messaggio autentico di questo portento di effetti speciali che ha invaso i nostri cinema, ed è un messaggio che capiscono anche i bimbi più pic-coli. Non è una facile variante del cattivo delle favole. È molto di più. Non è l’idea che il male va combattuto e compreso, affinché non si ripeta. Non è la consapevolezza che il male sta dentro di noi. Ma è il contrario: il male in Tolkien sta altrove, non è parte di noi, non è qualcosa che ci appartiene da sempre. E nel momento in cui io posso decidere che il male è altro da me, totalmente altro da me, posso decidere che quel male da annientare va cercato da un’altra parte. È la logica delle persecuzioni, dell’annientamento altrui: di tutti i colori, di tutte le ideologie e di tutti i tempi. La logica dei persecutori degli eretici e dei diversi, degli ebrei e degli oppositori di regime, è la logica dei totalitarismi di ieri e dei fondamentalismi di oggi, che hanno nell’idea di purezza e nell’orrore per la bassa materia del mondo, la base più terribile. Tolkien teorizza con capacità letterarie fuori dal comune questa semplificazione del mondo, questa filosofia dimezzata a uso dei più in-genui, e dei meno attrezzati a capire: ovvero i più giovani. Inutile dire che Tolkien fu uomo assai colto, che insegnò per decenni a Oxford. Non basta. È più utile rendersi conto di come il suo “Signore degli anelli”, oggi ancora più impressionante per la potenza visiva che porta con se il cinema, porti a queste conseguenze. Ho cercato di spiegare l’altro giorno a un ragazzino, figlio di amici, spettatore entusiasta di mostri e ragni tolkeniani, che il male assoluto esclude la possibilità della redenzione. Che la lotta del bene su un male che non ti appartiene, che attraversa le tenebre del mondo, porta a una vittoria finale, come nel “Signore degli anelli”, ma cancella ogni possibilità di salvezza. E che l’idea del male come dualità, aiuta a far sì che certe cose non si ripetano. C’è un cinema didascalico, e c’è un cinema geniale che aiuta a camminare per il mondo . Il primo è quello del “Signore degli anelli”, il secondo, per fare un esempio, si può leggere in un piccolo episodio di “Schindler’s List”, di Steven Spielberg, un episodio che amo citare spesso. Come tutti sanno “Schindler’s List” è la storia vera di Oscar Schindler, che salvò migliaia di ebrei dalle persecuzioni e dai forni crematori, assumendoli nelle sue fabbriche come operai. C’è un momento del film, un momento terribile e drammatico, dove i tedeschi entrano in un ghetto ebraico, e fanno un rastrellamento: uccidono persone, prendono le donne, le separano dai loro figli. È la rappresentazione del male vero, della barbarie, non sono ragni giganteschi o creature mostruose. Sono uomini. A un certo punto i nazisti entrano in una casa, sfondando le porte con i fucili, e in quella casa c’è un pianoforte verticale. Un ufficiale appoggia il suo mitragliatore sul pianoforte. Si siede davanti alla tastiera e comincia a suonare magnificamente. Tutti i suoi compagni di barbarie interrompono per poco la loro scia di sangue, e ascoltano ammirati una “Invenzione a due voci” di Johann Sebastian Bach. Di più: uno di loro corregge indignato un commilitone che aveva osato scambiare Bach con Mozart. Questo è il male che dovremmo spiegare ai nostri figli. L’idea che l’orrore convive con la passione per le cose belle, con la grandezza della musica, con la potenza di certe filosofie e di molta letteratura. Non quel male altro, quel male che assomiglia in un modo terribile al bene, che vediamo nella maratona infinita tratta da Tolkien. Ora qualcuno mi darà del moralista, o mi dirà che sono antico e arcaico. Che faccio della filosofia su qualcosa che non è altro che un grande spettacolo, che “Il signore degli anelli” è cinema con la “C” maiuscola, che è pura evasione. Che è una favola, che è una storia di avventure. E posso rispondere che forse il vero luogo comune di questa storia sta proprio in una considerazione del genere. L’idea che le favole sono manichee, l’idea che i ragazzi si debbano divertire solo attraverso uno schematismo a buon mercato, anche se in questo caso il buon mercato consiste nei milioni e milioni di dollari spesi e incassati per questo prodotto di evasione. C’è un libro di evasione che hanno letto milioni di ragazzi. È di Robert Luis Stevenson, e si intitola “L’isola del tesoro”. Una storia di pirati, da cui sono stati tratti molti film. “L’isola del tesoro” è un romanzo sul male: sull’ambigutà del male. Dove il male è impersonificato da Long John Silver, il pirata con una gamba sola. L’uomo che ti può incantare per la sua affabilità e ti può tradire in ogni momento. Capace di essere un grande compagno di viaggio e un terribile assassino. Nessuno riesce a immaginare le nefandezze di cui è capace. E il protagonista del libro, Jim Hawkins, non a caso un ragazzino, sarà il primo a farne le spese. John Silver non si può combattere fino in fondo, non si può annientare come i mostri di Tolkien, e alla fine del libro sarà l’unico pirata a salvarsi la vita e a fuggire con una parte di bottino. Silver non annega nel nulla delle tenebre, quelle tenebre nemiche del bene, della luce e della purezza. Non basta un anello per neutralizzare quel mondo. Perché non ci sono mondi senza John Silver, e questo lo sperimentiamo, drammaticamente, ogni giorno. Riusciremo a spiegare ai nostri figli, affascinati dalle nove ore di spettacolo del film tratto da Tolkien (ancora più persuasivo e affascinante del libro), che come ha scritto il filosofo Hans Jonas in un celebre saggio - “Il concetto di Dio dopo Auschwitz” del 1984 - neppure Dio, buono ma non onnipotente, è in grado di impedire che nel mondo esista il male?


La mia risposta

Salve Cotroneo, ho letto con interesse e attenzione il tuo articolo di oggi, su cui dissento in buona parte. Visto che ti leggo sempre con interesse ho pensato di inviarti le mie considerazioni su quanto hai scritto.

1) Credo che non si possa parlare di Tolkien senza calarsi nel contesto storico e sociale in cui il libro è stato scritto. Per un inglese reduce dalla Seconda Guerra, e non solo per lui, il Male Assoluto, incapace di pentimento era stato dietro l'angolo per un bel po' di anni: Hitler, un Sauron purtroppo in carne e ossa. Credo che in quegli anni immaginarsi un male assoluto fosse molto più facile che oggi.

2) Pur relativamente recente, la saga di Tolkien ha forti legami coi miti nordici -di cui riprende immagini e schemi - i quali d'abitudine rappresentano una realtà più manichea rispetto a quelli mediterranei. Se questo sia positivo o negativo per i giovani è quantomeno discutibile, ma certo è che la fiaba - la pre-pre-filosofia dei bambini - è per sua natura quanto di più manicheo esista: dal lupo di Cappuccetto Rosso, alla strega della Bella Addormentata, via via fino allo Scarafoni della Freccia Azzurra. Nessuno di questi personaggi ha mai avuto la benché minima intenzione di pentirsi e non a caso sono visti da ogni bambino come i "cattivi". L'Isola del tesoro è l'eccezione a una regola che da sempre suggerisce di creare mondi con buoni o cattivi su cui i bambini possano formarsi certezze e valori.

3) Comunque, nel Signore degli Anelli le commistioni bene-male non mancano affatto (Gollum-Smeagol è l'esempio più eclatante, ma gli stessi Bilbo e Frodo hanno costanti tentennamenti). Anche "possessioni" e i conseguenti "esorcismi" (per esempio Theoden liberato da Gandalf) vanno letti in questo senso, come allegoria di cedimenti, travagli interiori, pentimenti. Finalmente, la partenza finale di Bilbo e Frodo è una dichiarazione di presenza del male nel bene, un'allegorica uscita volontaria dal paradiso terrestre del mondo felice degli Hobbit.

4) Il male non è sempre cupo e spaventoso, anzi sa essere affascinante (l'anello, i Palantir) e subdolo, per portare dalla sua parte anche i più solidi. E' anche sfaccettato, configurandosi a volte come desiderio di potere, altre come depressa rassegnazione (uno stato d'animo che nelle culture anglosassoni è considerato "male", da cui il grande successo del Prozac che lo occulta).

5) Tra i numerosi messaggi positivi per le generazioni giovani, sottolineo quelli che ritengo più importanti: l'idea di Gandalf che le armi del "male" (nella circostanza proprio l'anello) non debbano essere usate neanche a fin di bene (una riflessione su questo sarebbe utilissima a tanti "nostri" leader politici, che sognano una TV alternativa per battere Berlusconi) e l'immagine di combattere la guerra senza odio per l'avversario, solo a scopo difensivo, per difendere la propria vita (non è un caso se l'obiettivo della Compagnia è distruggere l'anello, non Sauron, a cui si risponde solo perché aggrediti).

Insomma, per tornare nella complessa realtà della nostra civiltà italo-cattolica, in cui leader politici sono arrivati ad allearsi con la mafia convinti di fare il bene del "popolo", forse un po' meno commistione bene-male e un po' più di "manicheismo morale" tolkieniano ci avrebbero fatto del gran bene.

Un saluto cordiale,

Alberto Biraghi

25.01.04 18:35 - sezione cinema
il 26 Gennaio 2004 (quando OMB accettava i commenti)
Max Lambertini ha scritto:

E poi, vogliamo ricordarci il discorso di gandalf sull'opportunita' o meno di dare la morte con facilita' e la frase, ahime' tagliata nel film, sul merito di gollum per avere buttato l'anello in monte fato?

il 26 Gennaio 2004 (quando OMB accettava i commenti)
Andrea Dell'Amico ha scritto:

Posso essere in disaccordo con quasi tutto? lo schema prettamente duale potrà anche essere forte nel film, ma nel libro e soprattutto nelle opere di Tolkien che raccontano la storia della Terra di Mezzo - Il Silmarillion in particolare - le cose sono decisamente diverse. Cominciamo da Melkor, il primo dei cattivi, ex Valar e quindi inizialmente un buono che più buono non si può: la sua storia è assolutamente speculare a quella di Lucifero; Sauron stesso era una divinità, prima di rimanere affascinato dal lato oscuro. Nel complesso le similitudini con la mitologia cattolica mi sembrano decisamente evidenti.

Sui luoghi comuni del libro di destra: anche chi non ha letto L'anello che non tiene non può rimanere perplesso al pensiero di Fini che si stona con l'erbapipa, o di una compagnia formata da genti di 5 razze diverse che non cercano di sopprimersi a vicenda.

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