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«Ma io sono fiero del mio sognare, di questo eterno mio incespicare» (Francesco Guccini)
Il braccio di Caputo e i giornalisti italiani
piattaformaniger.jpg«David è caduto riverso sul fondo della barca, e io ho visto pezzi delle mie dita e della mia mano cadere in acqua. Ho dovuto ripararmi col suo cadavere, ma purtroppo il mio braccio destro è rimasto allo scoperto ed è stato colpito. Non so ovviamente dire da chi, in quell’inferno, ma so che ho visto il mio avambraccio penzolare, attaccato solo per un lembo». Jacopo Tondelli racconta su Il Riformista la storia di Piero Caputo, tecnico della Sapiem al lavoro su una piattaforma, preso in ostaggio assieme a un collega inglese da un gruppo di moderni pirati a caccia di dollari. Nella fuga, i pirati sono intercettati dalla marina nigeriana, che apre il fuoco. L'inglese è colpito a morte, Caputo perde un braccio, ma salva la pelle. La storia è di quelle che gelano il sangue e fanno notizia. Eppure se ne parla pochissimo, addirittura si descrive come "leggero" il suo ferimento. Poi la notizia sparisce del tutto.

La puzza di marcio è tale che il 25 novembre Alberizzi di Corsera denuncia "bocche cucite all'Eni". I pochi comunicati che escono sono rassicuranti veline che la Farnesina accetta e diffonde opporsi. Mancanza di professionalità o piaggeria? Anche i giornali fanno la loro parte, ovvero non indagano e non scrivono. Perchè? Se le ragioni dell'Eni sono chiare (miliardi di dollari di contratti in Nigeria sono un ottima ragione per non deprimere persone e mercati) quelle dei giornalisti stupiscono. Perché accettano di insabbiare notizie di tale portata? Sarà per caso che tutti tacciono perché l'Eni versa milioni di euro sia a destra sia a sinistra?
da il Riformista del 13 dicembre 2006

IL RACCONTO DEL TECNICO SEQUESTRATO E FERITO 
Quella notte in mano ai guerriglieri del Niger»
di Jacopo Tondelli

Milano. Com’è lontano il delta del Niger dal Policlinico che ospita Pietro Caputo. E com’è vicino e pungente, invece, il ricordo di quella notte di fuoco tra le mangrovie, il 21 Novembre scorso, in cui una piattaforma della Saipem al largo delle coste nigeriane venne assaltata da un commando in cerca di dollari. Un altro gruppo tiene oggi in ostaggio i tre tecnici italiani dell’Agip rapiti il 7 dicembre scorso su una base di costa, e lunedì scorso ha fatto sapere che fino a Natale dei tre, dati “in buona salute”, non si saprà nulla.
Quella notte di Novembre, il tecnico inglese David Hunt perse la vita, mentre Caputo rimase gravemente ferito. Il suo nome sparì presto dalle cronache che quasi unanimi rassicurarono sulle sue “non gravi” condizioni, escludendo che fosse in pericolo di vita.
Oltre alle fonti societarie, venivano richiamate le conferme della Farnesina, cui evidentemente sfuggivano le reali condizioni del tecnico italiano. Nella sua stanza ci accoglie con gli occhi stanchi di chi non si è ancora abituato a fare a meno del braccio destro, amputato d’urgenza alcuni giorni fa, e con la fretta di chi vuole consegnare il racconto di quella notte prima che venga il suo turno in camera iperbarica. “Ecco come sto, ecco la verità” dice sfilando a fatica dalle lenzuola quel che resta del braccio. Poi la mente e la parola tornano a quel risveglio con un kalashnikov piantato sotto la gola, alla folle corsa verso riva in mano ai rapitori, ai due o tre litri di sangue – così gli han detto i medici - lasciati tra l’Atlantico e il Niger. “Erano giorni che giravano attorno alla nave” spiega. “Dopo l’avvistamento hanno girato alla larga per un po’, fino alla notte dell’assalto. Tra loro c’era un nostro ex Nostromo licenziato mesi fa, che sapeva esattamente come muoversi e cosa chiedere”. Un assalto che ha colto l’equipaggio e la sicurezza del tutto impreparati. “La guardia era composta di cinque uomini, insufficienti a tutelare la sicurezza di una nave come quella. Personalmente, nutro seri dubbi sull’onestà del responsabile della sicurezza, che quella notte si comportò malissimo”. Poi precisa che da allora le misure di sicurezza della nave sono state irrobustite. “Oggi è composta da 52 elementi, nigeriani e bianchi”, reclutati di fronte ad un escalation che non pare casuale né temporanea. Gli obiettivi sono tuttavia molteplici, come dimostra l’assalto del 7 dicembre, e il racconto di Caputo sembra testimoniare che una nuova strategia, non più costruita attorno ai sequestri-lampo, era in preparazione da un po’. “Consegnarono un documento con le loro richieste e le fecero pervenire a chi di dovere. Volevano subito 3,2 milioni di dollari, scritto nero su bianco”. Il dipartimento Security della società si è attivato, in Europa, ma a notte fonda il reperimento di tanto cash è impresa ardua per chiunque. “E più passava il tempo e più alzavano il prezzo. Un’ora dopo il riscatto era già a quota 5,2 milioni”. Il programma dei sequestratori, ovviamente, non prevedeva di attendere i soldi al largo, ma di ripararsi al più presto, con gli ostaggi, nella selva impenetrabile del delta del Niger. “Così caricarono me e David su un fuoribordo” prosegue “e si diressero verso la costa. Entrati nel delta, mano a mano che incontravamo imbarcazioni di pescatori le depredavano di tutto ciò che avevano, e soprattutto di carburante”. Fino all’intervento della Nevi, la marina militare nigeriana, che forse seguendo le tracce dei banditi batteva in pattuglie i rami del delta. Immediato, scoppia il conflitto a fuoco. “David è caduto riverso sul fondo della barca, e io ho visto pezzi delle mie dita e della mia mano cadere in acqua. Ho dovuto ripararmi col suo cadavere, ma purtroppo – prosegue Caputo – il mio braccio destro è rimasto allo scoperto ed è stato colpito. Non so ovviamente dire da chi, in quell’inferno, ma so che ho visto il mio avambraccio penzolare, attaccato solo per un lembo”. Sfruttando il fondale basso, intanto, i sequestratori sopravvissuti avevano trovato la via delle mangrovie dopo essere scesi dal fuoribordo. Che intanto, nell’indifferenza della marina nigeriana, continuò ad avanzare per circa un miglio, con a bordo i cadaveri di Hunt e di tre banditi. “Quattro cadaveri e me, che stringevo il braccio più che potevo per ridurre l’emorragia, mentre il battito cardiaco rallentava e respirare era faticosissimo”. Finalmente il fuoribordo s’incaglia e si ferma, “in un silenzio assoluto, terrificante”. Pensa che sia la fine, mentre il sangue non smette di correre. A ridargli speranza sono i pescatori di passaggio che avvicinano l’imbarcazione e la trascinano fino ad un rimorchiatore, e poi a riva. “Il primo medico che mi ha visto ha detto che non c’era un attimo da perdere, che dovevo arrivare all’ospedale di Port Harcourt”. Minuti che non finiscono mai, con l’elicottero sprovvisto di carburante che arriva, riparte per fare rifornimento, poi torna e preleva Caputo. “All’ospedale han fatto quel che potevano. Ma poi mi han detto che se non arrivavo in Italia entro dodici ore ero spacciato”. A vincere la corsa contro il tempo è un aereo attrezzato dell’Eni, che in cinque ore e mezzo porta Caputo al Policlinico di Milano. Una prima operazione sembra dare speranza di salvare l’avambraccio. Ma una notte Caputo si sveglia e vede il braccio gocciolare sangue. “A tutta forza” ricorda. “L’equipe, richiamata d’urgenza, ha deciso che non c’era altro da fare che amputare”. Gli amici, i colleghi che sono rimasti in Nigeria lo chiamano, gli sono vicini. “Hanno tutti paura, ormai. Aspettano solo la fine dei loro contratti per andare via”.

Jacopo tondelli
13.12.06 23:10 - sezione informazione
il 14 Dicembre 2006 (quando OMB accettava i commenti)
rotafixa ha scritto:

vi è sfuggito che siamo in sede di rinnovo dei contratti con le testate?
e che l'agenzia italia sia dell'eni?
e che l'eni paghi le altre?

e la pubblicità per le testate cartacee?

è ora di smetterla di additare i giornalisti, sono schiavi come tutti noi, voi.

è alla conduzione delle testate che bisogna guardare. ai rapporti economici, e al peso della pubblicità.

non è solo l'eni

telecom
autostrade
confindustria, farmindustria, assoporti,
ifil e a scendere
l'

ogni centro di produzione possibile.

sono i regali del post tangentopoli. dopo un momento di trauma, hanno reagito avvelenati.
e nessuno ha saputo più fermarli. e voluto.

dopo la sbornia popolare è arrivata l'abitudine: abbiamo visto ciò che sapevamo, ci siamo guardati in faccia, oltre alle monetine niente accadde: e ci siamo rassegnati più di prima.

capirai, un braccio che penzola lacerato...

robetta, per il sistema.
da sistemare con pochi latrati dei cani piccoli, mica coi morsi dei lupi.

il 14 Dicembre 2006 (quando OMB accettava i commenti)
rotafixa ha scritto:

e se il riformista ha scritto questo, vuol dire che l'eni non gli vuol rinnovare le sovvenzioni. e sta ricattando.

smetterà presto, v'assicuro. pagheranno.
magari non subito, satete: ogni giorno in banca fa crescere i soldini.

il 14 Dicembre 2006 (quando OMB accettava i commenti)
willy ha scritto:

Un assalto che ha colto l’equipaggio e la sicurezza del tutto impreparati. “La guardia era composta di cinque uomini, insufficienti a tutelare la sicurezza di una nave come quella.

Certo che col fatturato dell'Eni si potrebbe anche scegliere personale della sicurezza un po' più qualificato e in numero maggiore. Magari evitando di scegliere manodopera locale, facilmente corrompibile. insomma, in questo caso...whites only.

il 14 Dicembre 2006 (quando OMB accettava i commenti)
Drizzt ha scritto:

tra i tanti perchè di questo e di altri attacchi eccone alcuni, leggete il pezzo titolato:

Amnesty International
Rivendicare diritti e risorse: ingiustizia, petrolio e violenza in Nigeria

http://lists.peacelink.it/news/msg09694.html

il 14 Dicembre 2006 (quando OMB accettava i commenti)
Lorenzo ha scritto:

"capirai, un braccio che penzola lacerato...
robetta, per il sistema.
da sistemare con pochi latrati dei cani piccoli, mica coi morsi dei lupi."

BEN DETTO.
E i fascistelli, curiosamente latitanti, cosa ne pensano? Incidente sul lavoro?

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