PD: vocazione maggioritaria e segretario candidato premier? Nein danke!

All’incapacità da parte del Partito Democratico di leggere la realtà si aggiunge un deleterio attaccamento a logiche correntizie e di bottega. Lo dimostra un articolo pubblicato oggi da Strade Online a sostegno della “vocazione maggioritaria” e dell’importanza di mantenere la coincidenza tra segretario e candidato premier definita dallo statuto. Tale coincidenza – totalmente anacronistica per ragioni storiche e contingenti – deve invece essere superata perché il PD torni comprensibile al Paese e possa contribuire a riportarlo in mani decenti.

Una premessa: l’ipotesi di un partito di centrosinistra “a vocazione maggioritaria” nel 2019 è totalmente assurda. Incredibile che ancora qualcuno la sostenga, visto che è un ostacolo insormontabile a un rilancio del centrosinistra tutto per ragioni politiche e tecniche. Politiche perché un partito a vocazione maggioritaria deve erodere il consenso di altri raggruppamenti di area, creando una dannosa rivalità. Tecniche perché le dinamiche dell’interconnessione globale e i meccanismi di creazione del consenso di oggi spingono gli elettori alla ricerca di una rappresentanza politica quanto più possibile in sintonia col proprio pensiero.

L’unica possibilità di riportare il centrosinistra al governo del Paese deve quindi partire da una coalizione di soggetti politici autonomi, ma accomunati da principi e obiettivi programmatici tra loro compatibili. Tali soggetti devono raccogliere consenso nel proprio bacino di riferimento, per aggregarsi poi in una coalizione elettorale costruita su un impianto essenziale di obiettivi condivisi. Più o meno come hanno fatto M5S e Lega col “contratto di governo”, ma in modo decente, trasparente e rispettoso di cittadini e Istituzioni.

Ciascuna segreteria indicherà un proprio candidato premier scegliendo tra personalità di  comprovato valore e capacità, rigorosamente estranee ai ranghi e alle logiche di partito. Il nome definitivo sarà scelto e annunciato all’apertura della campagna elettorale, che potrà essere condotta parallelamente dalle diverse forze di coalizione, ognuna col proprio tono di voce, ma sui temi comuni per evitare incidenti da “fuoco amico” e utilizzando competenze in grado di sfruttare le nuove tecnologie in modo proattivo.

In questo scenario (ripeto: l’unico possibile oggi) il PD ha quindi il dovere di ritrovare immediatamente credibilità e peso elettorale. Lo può fare a condizione di (1) porsi traguardi quantitativi realistici (raggiungere il 25%) e soprattutto (2) di centrare la propria comunicazione su pochi temi chiari ed efficaci. Quanto recentemente esposto da Nicola Zingaretti su l’Espresso è un buon punto di partenza: lavoro e giustizia sociale, tutela dell’ambiente, riforme civili, sanità pubblica, scuola e conoscenza, convivenza e integrazione (per la sintesi e  l’elaborazione di questi temi rimando al post di Graziano Camanzi sul suo wall Facebook).

Due parole anche sulle primarie, che dovrebbero essere eliminate per almeno due buone ragioni. La prima è che sono uno strumento ormai obsoleto dal punto di vista della consacrazione, oltre che facilmente influenzabile da  avversari politici senza scrupoli. La seconda è che le primarie assegnano agli elettori una responsabilità che nella democrazia rappresentativa deve essere dei dirigenti. Il segretario è scelto dal congresso, il candidato premier è scelto dalle segreterie della coalizione. Chiedere ai cittadini di scegliere comporta vari rischi, tra cui quello che la celebrità sia privilegiata rispetto alla competenza.

In conclusione: la strategia è incompatibile con lo statuto del PD? Lo si modifichi o si assisterà all’ennesimo tracollo e alla dispersione dei voti in direzioni anche pericolose (come peraltro è già successo in tempi recenti). L’articolo di Strade Online che ha dato origine a questo post è qui. E vale la pena anche di ascoltare la parte iniziale di questa intervista di Beppe Sala precedente alle elezioni europee di maggio 2019.