La crisi di governo e il patriota Matteo Renzi

Diverte sempre leggere sui social i commenti emotivi alla crisi di governo aperta da Matteo Renzi (un pirla, governo di incapaci, devono andare a casa…), ma anche rattrista, perché poi l’emotività si ripercuote sul voto e sul futuro comune. In realtà la situazione italiana è abbastanza chiara, ma per comprenderla occorre affidarsi ai commentatori internazionali, tra cui WSJ, SCMP, Die Zeit, FT di cui provo a riassumere le analisi.

Secondo molti commentatori internazionali in Italia si individuano nella maggioranza appena entrata in crisi tre macroaree di interessi economici, coi rispettivi referenti: l’universo PD, l’universo (in via di implosione, ma ancora radicato sul territorio) M5S e il mondo di Confindustria, talmente variegato da essere trasversale a destra e sinistra. In questo momento l’obiettivo di tutte e tre le aree è governare i soldi del Recovery Fund e ovviamente ognuno tira dalla propria parte. Un tiro alla fune sulla pelle del Paese.

Per Confindustria il referente a destra è solidamente Giancarlo Giorgetti, mentre nel centrosinistra è Renzi, seppure con parecchi mugugni.  Va detto anche che in questa maggioranza Confindustria si sente compressa dagli altri due attori e non le dispiacerebbe se la destra andasse al governo, pur avendo chiara la minaccia che questa destra porterebbe all’assetto democratico del Paese (a margine: in USA è successo lo stesso, alle elezioni 2020 parecchi grandi gruppi hanno sostenuto Trump per le politiche ultraliberiste, fottendosene del rischio concreto di trasformare il Paese in una dittatura neppure troppo soft).

Matteo Renzi è davvero un “patriota”, come si è definito, anche se lo è a modo suo, perché sta tentando di evitare che Confindustria spinga troppo per elezioni anticipate, mettendo il Paese in mano alla destra. Il problema è che – a colpi di Boschi, Lotti e “se perdo mi ritiro dalla politica” – Renzi si è giocato il bonus di consenso presso l’elettorato democratico e infatti (i sondaggi danno Italia Viva sotto il 3%) la sua credibilità è pressoché nulla. E non c’è da stupirsi, visto che dal referendum costituzionale in poi non ne ha azzeccata una, sia dal punto di vista strategico (e questa crisi è l’ennesima prova), sia della comunicazione. Quindi qualunque cosa dica prende pernacchie bipartisan.

In sintesi: Renzi è riuscito a stare sulle palle a tutti per palese demerito, ma anche per il fuoco incrociato da parte dei mezzi di propaganda… ops! informazione che lo attaccano quotidianamente, con pochissime eccezioni, creando un mood addirittura più negativo di quanto sarebbe ragionevole. Purtroppo quel mood è l’unico parametro che una parte consistente degli elettori italiani usa per votare.

Ovviamente questa è una mia elaborazione di alcune letture di questi giorni. Aggiungo due punti di vista interessanti, utili a riflettere ulteriormente: Roberto D’Alimonte su Il Sole 24 Ore e Gianni Kessler sul suo wall Facebook.