Con questa maglietta non vinceremo mai

Sul wall Facebook di Giampaolo Galenda (non lo conosco di persona, ma in genere scrive cose sensate) è comparsa la foto di un bambino di tre mesi portato a una manifestazione, in braccio a un politico in “maglietta rossa”. Infastidito più dal tormento inflitto all’infante che dall’espressione di Civati, intervengo con un breve commento (“Purtroppo sta in braccio a uno che con la sua sola esistenza fornisce assist costanti a quelli che “il Rolex”) da cui scaturisce un thread che aiuta a capire perché “quegli altri” governano mentre la sinistra si dissolve.

Tutto comincia con la replica ironica del padrone di casa al mio primo commento.

Provo a circostanziare:

“Ho letto e riletto, ma non colgo neanche se questa tua risposta sia ironica o no, figurati se capisco il senso (ma ne ha?) di un post pasionario come va di moda su Facenook (limite mio).
Ma non è importante questo, il problema vero è un Civati che tenta di (r)esistere nella politica a botte di maglietta rossa e di “è colpa di Renzi”. O una mamma pasionaria che gli piazza l’infante in braccio sentendosi maledettamente di sinistra (ma portalo al mare, ha tre mesi diocristo, roba da telefono azzurro).
Mentre questi si mettono la maglietta rossa, “quegli altri” vincono e si fottono il Paese e – hai visto mai – pure l’Europa.”

Il padrone di casa difende sia condivisione, sia la  pasionaria.

La risposta però è fuori tema, quindi provo a spiegare meglio, non senza aver premesso che non discuto per convincere, ma per dare e avere spunti di riflessione:

“….ho letto e riletto, ma in questo post trovo solo retorica autogeneratrice di pelledoca, oltre alla faccia autocompiaciuta del Civati-assist che (ahinoi) grazie alla maglietta torna a esistere sul set per qualche ora.
Non metto in dubbio le buone intenzioni dell’autrice, ma penso che adesso-qui serva altro. Da Palavobis e piazza San Giovanni sono passati più di tre lustri, non è il caso di riesumarli, anche perché abbiamo visto tutti com’è andata a finire.”

 

Evidentemente però non riesco a farmi capire dal padrone di casa:

INTERMEZZO: la mamma pasionaria se la prende moltissimo e minaccia querele (se no che pasionaria sarebbe).

FINE INTERMEZZO. Torno a Giampaolo. In realtà ho già portato ben più argomenti rispetto alla pasionaria, ma da montanelliano ritengo che se chi legge non capisce la colpa è di chi ha scritto. Ritento, aggiungendo la mia riflessione su un’idea (scaturita da un articolo di Angelo D’Orsi per MicroMega) di come (non) si dovrebbe porre la sinistra oggi. Scrivo:

“La discussione non può non partire da una riflessione storica.
L’attuale situazione politica ha varie analogie con il 1994 e il 2001, rispetto alle quali ha però anche alcune carenze che rendono perdente riproporre le strategie di allora. […] mi limito a darti in sintesi le mie ragioni di opposizione a queste iniziative, che ritengo inutili, se non dannose.
Nel 1994 c’era Il Mulino, un laboratorio di cultura e politica straordinario, da cui partì l’opposizione a Berlusconi. Nel 2001 rinasceva l’Unità con Furio Colombo, diventando una specie di Mulino 2.0 attorno a cui si aggregò una nuova sinistra moderna (NdA e non a caso la dirigenza sempre veterostalinista di PDS-DS lo vedeva come il fumo negli occhi). Si creava pathos e lo si incanalava in progetti politici moderni, producendo governi che lavorarono bene (stanti le condizioni), soprattutto il primo Romano Prodi.
Nel tempo “quegli altri” si sono riorganizzati, ovviamente. Ma a differenza di allora oggi dal nostro lato non c’è nulla: il monopolio dell’aggregazione è di “quegli altri”, che hanno imparato la lezione e stanno facendo strage di consenso, facendo leva proprio sul pathos.
Abbiamo un bel dire che il nostro pathos è “buono” e il loro “cattivo”, che il bambino in braccio a Civati è “bello” e il padano con le corna verdi a Pontida è “brutto”: il limite vero è che il nostro pathos non solo non viene incanalato con un obiettivo condiviso, ma può creare rivoli a uso e consumo dei millanta Civati per i quali una sinistra unita è il babau. O peggio – lo abbiamo visto a marzo – finisce nel mare altrui.

Per rispondere alla tua richiesta di proposte: oggi serve una rinascita politica basata su un think-tank che elabori progetti pragmatici, per smontare la merda gialloverde non sulla base del pathos, ma di risposte che partano da una visione di società moderna e proiettata nel futuro, dove il diritto al lavoro si basi sulle opportunità e non sulla tutela a oltranza, dove l’accettazione del diverso nasca non dai piagnistei, ma dalla comprensione che aggregazione e contaminazione sono una ricchezza.

Il padrone di casa “apprezza”, ma “non capisce” e comunque considera “sbagliato” il mio metodo.

Vabbè essere montanelliani, ma qui sembra di scrivere in un’altra lingua. Faccio un tentativo estremo.

“[—] non ritengo corretto usare i bambini per fare propaganda del proprio pensiero, sia perché sono bambini, sia per la faccenda del pathos.
E sottolineo che non ho attaccato il testo della signora (manco so chi sia, è figlio suo, lo educa come le pare, è tanto ovvio che non sarebbe necessario ribadirlo), ma la tua condivisione, visto che in genere ti leggo su un livello politico ben più alto. A dimostrare che appena entra in ballo il pathos anche i migliori perdono la testa 🙂
E dunque: chi ha a cuore una “strada (sensata) da percorrere” IMHO deve stare alla larga dal pathos, perché il rischio di accendere fuochi incontrollabili è troppo alto, pensa solo alla tonnellate di genitori trasformati in irragionevoli #novax dal pathos strumentale e finiti a votare il lato oscuro. O alla crocifissione di Renzi e Minniti con chiodi creati da altro pathos generato ad arte, per distogliere consenso.
Bisogna (intendo le persone di buonsenso che amano la politica) stare in campana, evitare le trappole e occuparsi di cose sensate. E i bambini di tre mesi portarli in spiaggia (col cappellino), molto più salutare che finire in braccio a un politico a una manifestazione”.

Il padrone di casa lascia perdere. La pasionaria invece torna a farsi viva, più invelenita che mai. Scrive cose che non hanno nulla a che fare con i miei interventi, passa dalla minaccia di querela alla definizione di “spregevole” e torna a ricordarmi che prima di criticare un gesto politico è necessario conoscere vita morte e miracoli di chi lo compie.  Buono a sapersi.

In estrema sintesi: ecco perché con questa maglietta non vinceremo mai.