Sala e Grillo: la polemica di politici scadenti e sodali della sovversione

In vacanza uno ha il diritto di vedere chi gli pare, ma è chiaro che un incontro del sindaco di Milano con un altro leader politico non passa inosservato. Ma se un pranzo di Sala e Grillo diventa occasione per versare fiumi di liquame a prescindere, allora forse si è perso il contatto con la realtà.

Premessa: sono politicamente agli antipodi del Movimento 5 Stelle, non tanto per la struttura piramidale peggio di Herbalife, ma perché per far funzionare il progetto di Casaleggio Quello Vero è stato necessario ai vertici delle istituzioni una serie di personaggi di mezza tacca, totalmente inadeguati al ruolo, anche solo per mancanza di quel po’ di ipocrisia istituzionale che caratterizza il buon politico.

Vengo al dunque, schematizzando a vantaggio degli affetti affetti – magari anche “paucisintomatici” (aggettivo di moda) – dall’analfabetismo funzionale che la Rete ha fatto uscire dai bar di quartiere e sbattuto sul palcoscenico globale.

  • Beppe Sala, nella mia opinione, è il miglior sindaco nella storia della Milano repubblicana, assieme ad Antonio Greppi. Ha saputo fare tesoro di ciò che i suoi predecessori avevano avviato e ci ha messo del suo, completando opere, avviando progetti nuovi, valorizzando competenze, impostando un progetto di città proiettato nel futuro. 
  • Beppe Grillo sarà un pazzo, ma non è un pirla. Ha preso in parola Fassino, ha fondato un partito, quanti voti ha preso l’abbiamo visto tutti. Entrato in parlamento al 34%, pur con truppe raccogliticce e leader scadenti, rappresenta ancora quasi il 20% di chi vota. 
  • Potrà non piacere, potrà scandalizzare, ma il partito di Beppe Sala e quello di Beppe Grillo sono i due pilastri di un governo che – comunque la si pensi, purché si pensi con uno straccio di realismo – ha tolto il Paese dalle grinfie della congrega di buzzurri, razzisti, fascisti e prepotenti raggruppati tra Lega e Fratelli d’Italia. Non sarà il miglior governo della storia, ma basterebbe Lamorgese agli Interni al posto del trumpetto de noantri per esserne entusiasti. 
  • In questi giorni dal partito Democratico americano ci arriva una magnifica lezione di politica. C’è Joe Biden che dopo aver preso sonori schiaffoni da Kamala Harris durante le primarie l’ha scelta come suo vice. E c’è Bernie Sanders, il radicale, in prima linea a sostenere il candidato più centrista che l’ha sconfitto alle primarie. Uniti per levare l’anomalia Trump dalla Casa Bianca. Perché la buona politica è questo: è confronto dialettico di idee e programmi nell’area di affinità, anche aspro, ma finalizzato a trovare un percorso comune che consenta di superare le alternative nefaste che spuntano in ogni angolo del mondo. 
  • La buona politica non è l’intransigenza perdente, ma la ricerca di un consenso diffuso tra i cittadini, per vincere le elezioni. Un lavoro difficile, perché impone di conciliare l’inconciliabile, trovare punti di incontro. In una grande città c’è chi vuole parcheggi e chi piste ciclabili, chi vuole più case e chi più verde, chi preferisce i grandi supermercati e chi i piccoli negozi di zona. Beppe Sala ha dimostrato di saper gestire queste complessità meglio di chi l’ha preceduto. Ed è lecito augurarsi che in un secondo mandato, pesantemente influenzato dalle conseguenze della pandemia, potrebbe davvero avviare la rivoluzione urbana che renda Milano più vivibile, moderna, a misura d’uomo.  
  • La buona politica non è scontro tra fazioni nella stessa area a vantaggio di quegli altri, ma confronto tra idee, dialettica.
  • Last but not least: se a Milano non vince Beppe Sala, significa che vincono i neofascisti.

Prima di tornare a Sala e Grillo che pranzano c’è un intermezzo per rinfrescare la memoria di chi ce l’ha corta.

 

Ecco. A proposito di “buona politica”, quella di Fassino non lo era. Era spocchia di un personaggio col culo parato, un manager (tale è un leader di partito) che non deve rispondere dei propri fallimenti e infatti nonostante questa topica epocale ha continuato a condizionare le politiche della sinistra italiana, contribuendo a portare il suo partito ai minimi storici. Il contrario di Beppe Sala, che ha sempre avuto il coraggio di assumersi la responsabilità del proprio operato, ammettendo errori, correggendo il tiro, sempre motivando e condividendo.

Se Beppe Sala, membro del secondo partito di governo (in termini percentuali) e sindaco della città economicamente più importante del Paese si confronta con il leader (piaccia o no, il leader di quella congrega è ancora il comico genovese) del primo partito di governo, con il quale peraltro ha un rapporto cordiale, dove sta il problema? Non è compito di un buon politico ascoltare istanze e aspettative che hanno consentito di aggregare una fetta importante di elettorato? Non è compito di un buon politico cercare alleanze per vincere le elezioni? Che alternative avrebbe Sala, vista la tradizionale spocchia disgregatrice della sinistra, costantemente sabotata dai Renzi, Calenda, Liberi Uguali, Potere al Popolo, eccetera che si bisticciano, gettando il Paese nelle mani di una destra tanto scadente eticamente e civilmente, quanto brillante nella strategia di conquista?

Ecco. Chi si indigna perché Sala e Grillo si trovano a pranzo e realisticamente parlano di politica, abbia almeno l’onestà intellettuale di ammettere di voler restituire l’Italia civile allo schifo visto con Lega e Fratelli d’Italia al governo. Di restituire l’Italia ai neofascisti a braccio teso, alle leggi disumane contro i disperati del mare, alla criminalizzazione dei più deboli, ai citofoni “ma lei spaccia?”, ai figli del boss a scorrazzare sulle moto d’acqua della polizia, alle gloriose divise dei pompieri indossate da un cialtrone che se la fa sotto per un cerino acceso, a Pillon che dilaga con i suoi incubi di un dio feroce, all’arroganza, la propaganda della “Bestia” scatenata sui social a spese pubbliche, all’inciviltà dei “pieni poteri” auspicati da chi non ha la cultura necessaria a capire che sarebbe un obbrobrio democratico. Scrivere che “Beppe Sala cementifica la città” (falso) o “dice che chi fa smart working è un fannullone” (altrettanto falso) non è essere di sinistra, ma essere sodali del più nefasto progetto di sovversione antidemocratica dal 29 ottobre 1922.

Legittimo per voi (intendo le persone vere, gli innumerevoli troll sono un altro discorso) farlo, altrettanto legittimo per me disprezzarvi e considerarvi sodali della peggior destra postfascista, nemici della democrazia e del Paese.