Hi Tech e lo zio ebreo: una storia di banale antisemitismo

Il cartello indica un nuovo ingresso del negozio, ma una volta varcata la soglia mi sono ritrovato su una strada vecchia di secoli: quella dell’antisemitismo più banale e mai sopito. È iniziato tutto con l’acquisto di una padella di cui non ho bisogno ed è finito con la scoperta che, nel 2026, essere ebreo è ancora una colpa da pagare alla cassa.

Mercoledì 13 maggio, sono le due del pomeriggio. Esco in piazza XXV Aprile dopo uno snack da Eataly e noto per caso, di fronte a quello che era il vecchio ingresso di Hi Tech, un cartello che dice “nuovo ingresso Corso Como 6”. Sono sorpreso. Credevo che il negozio avesse chiuso ad agosto, lo avevo letto sul Corriere della Sera in un articolo sulla crisi dei negozi storici di Milano dovuta ai rincari degli affitti.

Invece Hi Tech c’è ancora. Lo spazio si è ristretto, ma l’atmosfera è quella di sempre. Faccio un giro e decido di comprare una padella (di cui non ho alcun bisogno) per il solo piacere di dare un piccolo contributo a un’azienda di cui sono cliente fin dagli anni ’80 e che sapevo reduce da un momento difficile. Purtroppo scoprirò presto che non è stata una buona idea.

Al momento di pagare dico alla cassiera che ritrovare Hi Tech è stata una bella sorpresa e le chiedo se si tratti di un’apertura a scadenza. Lei mi spiega che avrebbero davvero dovuto chiudere definitivamente ad agosto, perché alla scadenza del contratto il proprietario dei locali aveva triplicato il canone, rifiutando la controproposta di raddoppiarlo. Fortunatamente una parte della metratura appartiene a un’altra proprietà con cui è stato trovato un accordo. Il negozio è più piccolo, l’assortimento ridotto, ma Hi Tech resterà lì.

Commento che invece l’altro proprietario non sembra aver fatto bene i suoi calcoli, visto che i locali originali sono tuttora vuoti e lui ha già perso quasi un anno di affitto. La signora mi risponde con la banale naturalezza con cui si farebbe un commento sul meteo: “Eh, sì, ma sa, quello è un taccagno, è ebreo…”.

Con calma, le dico che anche io sono ebreo e che non è bene generalizzare: i pregiudizi si nutrono proprio di queste semplificazioni. Mia moglie interviene per aggiungere che sono “tutt’altro che taccagno”, ma la signora non si scompone. Sfodera il classico “ho uno zio ebreo, taccagno anche lui” e conclude che, in fondo, è “normale avercela con gli ebrei, con tutto quello che stanno facendo”.

Le spiego allora che sono italiano e che non ho alcuna responsabilità per ciò che accade in Medio Oriente. Sovrapporre l’identità ebraica di un italiano alle decisioni del governo di Israele è la definizione stessa di antisemitismo: una logica che pretende di chiamare il singolo a rispondere di colpe non sue, usandole come pretesto per aggredire l’ebreo in quanto tale. Le ricordo, infine, che si è arrivati al 16 ottobre 1943 proprio alimentando pregiudizi di questo genere. Tutto ciò che ottengo è un cenno accondiscendente, perché si sa, il cliente ha sempre ragione. Perfino se è ebreo.

Pago e me ne vado. Per quanto mi riguarda, e nonostante il cartello in piazza XXV Aprile, per me Hi Tech ha chiuso definitivamente. Peccato.