Per quale motivo un personaggio che non ha mai ricoperto ruoli di governo di primo piano né cariche istituzionali rilevanti gode di una costante e spropositata attenzione media, con interviste fiume sui principali quotidiani nazionali?
Me lo sono domandato ancora una volta dopo aver letto l’intervento sul Corriere della Sera in cui Goffredo Bettini rimette in circolo la retorica putiniana sulla guerra in Ucraina, sul ruolo della NATO e sulla diplomazia europea. Quella che viene spacciata per analisi geopolitica alternativa è in realtà una riscrittura dei fatti a uso e consumo della propaganda antioccidentale, che Bettini alimenta ogni volta che può, in sintonia con il suo amico Giuseppe Conte.
Sulla presunta “morsa della NATO” come causa dell’invasione, i dati smentiscono il racconto della provocazione occidentale. L’Ucraina non era affatto vicina all’adesione: dal 2008 non ha mai ottenuto un piano di integrazione nell’Alleanza e nel 2010 aveva approvato per legge uno status di paese non allineato. Quella norma è stata revocata solo a fine 2014, dopo che la Russia aveva già occupato la Crimea e scatenato il conflitto nel Donbas. Anche il rafforzamento difensivo della NATO nell’Europa orientale è iniziato solo nel 2016, come diretta conseguenza e non come causa dell’aggressione di Mosca.
Presentare la neutralità di Kyiv come la chiave per la pace significa poi ignorare la storia recente. L’Ucraina la sua neutralità l’aveva già sancita ed era garantita dal Memorandum di Budapest del 1994: Kyiv consegnò a Mosca il terzo arsenale nucleare del pianeta in cambio dell’impegno solenne russo a rispettarne la sovranità e i confini. Un impegno ribadito nel Trattato di Amicizia del 1997 e calpestato dal Cremlino sia nel 2014 che nel 2022. Il problema di Mosca non è mai stato un cavillo formale sulla NATO, ma il rifiuto di riconoscere l’esistenza dell’Ucraina come Stato sovrano.
Anche il richiamo all’autodeterminazione per le popolazioni russofone ricalca direttamente gli argomenti della propaganda russa, sovrapponendo la lingua parlata alla lealtà politica. Parlare russo non significa voler diventare cittadini della Federazione Russa, come ha dimostrato la feroce resistenza opposta all’invasore proprio in città a maggioranza russa come Charkiv e Mariupol’. I dati parla chiaro: nel referendum del 1991 ben l’83% dei cittadini del Donbas e il 54% dei residenti in Crimea votarono per l’indipendenza dell’Ucraina. I sedicenti referendum del 2014 e del 2022, svolti sotto occupazione militare, restano finzioni giuridiche già condannate dalle Nazioni Unite.
Infine, il parallelo tra le parole di Enrico Berlinguer e la vicenda di Aldo Moro è un’operazione storiografica tanto insostenibile da diventare offensiva per l’intelligenza di chi legge. Quando nel 1976 Berlinguer disse di sentirsi più sicuro sotto l’ombrello della NATO, lo fece per rivendicare uno scudo democratico contro possibili ingerenze sovietiche. Usare quella citazione oggi per giustificare l’espansionismo di Mosca ribalta la realtà. E accostare l’uccisione di Moro a presunte regie geopolitiche antidemocratiche significa ignorare decenni di verità giudiziarie, che hanno accertato la responsabilità diretta delle Brigate Rosse.
Da tempo le posizioni di Bettini sono in aperto contrasto con la promessa europeista e atlantista del Partito Democratico. È comprensibile e naturale che ci siano tensioni nel “Campo largo”, in particolare sulla politica estera. Ma c’è un limite che non dovrebbe mai essere superato: riscrivere la storia e negare il diritto internazionale per allinearsi alla propaganda del regime di Putin. La sua non è dialettica politica, ma complicità consapevole.