Una stampa alla frutta che non rinuncia a spocchia e autoreferenzialità

Un articolo di Gennaro Carotenuto sulla fine della stampa racconta che i primi dieci giornali italiani vendono un totale di copie pari a quelle che il solo Corriere vendeva alla fine del secolo scorso. Negli ultimi 10 anni Repubblica è passata 450K a 175K copie, il Corriere da 550K a 200K, il Fatto Quotidiano vende una media di 35K copie (pari ai lettori di questo blog 10 anni fa) e Libero è sotto 20K copie. Nessuna autocritica, stipendi ai vertici rimasti gli stessi, la stessa spocchia, la stessa autoreferenzialità. Ma le rassegne stampa continuano a considerarli un riferimento imprescindibile.

Ieri sera ho confrontato alcuni dati sulla fine del giornalismo cartaceo: il Corriere della sera nel 2004 vendeva ancora oltre mezzo milione di copie; oggi è sotto le 200.000. Repubblica era oltre 450.000; ora 175.000. La Stampa ha più che dimezzato; da 245 a 116.000. Stesso crollo per il Sole24Ore: da 150 a 75.000, che sarebbe per antonomasia il giornalismo di qualità e imprescindibile per la classe dirigente. FQ si è infine assestato sulle 33-35.000 copie, non proprio un trionfo. A sinistra, morta l’Unità dopo una penosa e non sempre commendevole agonia, il Manifesto, che nel 2004 stava ancora sulle 28.000 copie, oggi stenta a stare sopra le 8000. Come un’assemblea degli anni Settanta.

La stampa dell’estrema destra razzista (i più importanti diffusori di fake news in lingua italiana, poi riprese dai social e commentate scandalizzati dai giornali come tali, che roba contessa) non si salva: il Giornale era a 170.000, oggi si appresta a scendere sotto i 50.000. Libero ha perso due copie su tre, sta poco sopra le 20.000. Se fosse un partito sarebbe allo zero virgola. Se è vero che Feltri e Belpietro hanno stipendi superiori ai tre milioni annui… fatevi due conti su chi e perché gli paga lo stipendio.

Sugli abbonamenti digitali perdeteci tempo voi, ma un granché bene non deve andare (io però pago volentieri il NYT che mi costa un terzo di Repubblica). Ora, di fronte a una rivoluzione di una velocità e portata come questa, non cinque anni come predisse Sulzberger, ma non troppi di più, e alla morte di un’intera filiera produttiva (mappo mentalmente i giornalai nei miei dintorni e ne restano una metà scarsa, vendendo anche altro), l’unica risposta che sento dare (Molinari, Calabresi) è: 1) noi siamo innocenti, è tutta colpa di Internet; 2) noi siamo il giornalismo di qualità e ci dovete pagare. Autocritica zero.

Poche considerazioni che in parte faccio da anni. Che sia MERITO di Internet aver mostrato quanto fosse nudo il re è evidente. Che siate il giornalismo di qualità lo dite voi. Che siate imprescindibili e che addirittura senza di voi sia a rischio la democrazia è tutto da dimostrare. Al più senza di voi mancherà una mappa mentale, che dice la destra, che pensa la sinistra. Ormai la baracca serve solo alla par condicio dei sottopancia degli inviti ai talk show televisivi.

E allora (mentre i primi dieci giornali italiani vendono insieme come il solo Corriere alla fine del secolo scorso, parliamone) hanno ancora senso le rassegne stampa, tuttora concepite come manuale Cencelli? Ha ancora senso far riferimento all’autoreferenzialità della stampa tradizionale, chiusa dentro un perimetro sempre più ristretto con tutto il mondo fuori? Ha ancora senso sviscerare cosa mette in pagina Libero, sapendo oltretutto che sono balle malintenzionate? O è finalmente lecito ignorarlo, già che, di certo, alla retorica della qualità come stare sul mercato (Riotta) non crede più nessuno?

Dal wall Facebook di Gennaro Carotenuto