Il film di Baz Luhrmann dimostra che Elvis è inimitabile

Elvis è un mito. Lo è per noi che già c’eravamo quando c’era lui, lo è per le generazioni successive per le quali resta un imprescindibile riferimento artistico, culturale e sociale. Purtroppo però l’atteso film Baz Luhrmann sulla sua vita non soddisfa le aspettative.

Comincio con il poco che ho apprezzato: Tom Hanks nei panni del colonnello Parker. Trasformato, addirittura trasfigurato, riesce a trasmettere tutta l’ambiguità di un personaggio contraddittorio, ambizioso e senza scrupoli, ma tutto sommato mediocre nella sua piccola furbizia arraffona. Hanks è un attore straordinario e anche in questo caso lo dimostra.

Molto bene anche l’attenzione alle chitarre, in particolare la Hagstrom Viking II del Comeback Special e la Telecaster Paisley di James Burton, peraltro suonata poco e male nel film.

I valori finiscono qui e cominciano gli aspetti negativi.

Austin Butler è una macchietta. Canta male e soprattutto si muove male, impacciato, a volte anche fuori tempo. I suoi tentativi di imitare le espressioni e il sorriso contagioso di Elvis (componente essenziale del suo successo) vanno a vuoto, a tratti diventano smorfie, quindi Butler finisce per risultare antipatico. Si è letto molto del suo impegno per riuscire a impersonare Elvis in modo convincente. Ebbene, se davvero ha lavorato tanto, è stato tempo sprecato, quasi quasi era più somigliante Little Tony.

Esempio: ascolta “Suspicious minds nel film”, poi guarda la versione originale di Elvis a Las Vegas e dimmi se la tremarella di Butler ha qualcosa a che fare con la inimitabile (appunto) presenza scenica di The King.

Insomma, Elvis Presley non era come lo dipinge Butler. Certamente non lo era sul palco e probabilmente non lo era neppure nella vita.

La sceneggiatura: prolissa, a tratti noiosa, faraginosa. Indugia su momenti privi di significato, ne trascura altri determinanti per la crescita artistica di Elvis e la sua complicata storia umana. Il film esplora la decadenza del Re con una superficialità inaccettabile, non la spiega, non racconta nulla delle insicurezze e delle fragilità all’origine della sua fine prematura. Troppi luoghi comuni senza interesse.

La scenografia è stucchevole, quasi da film fantasy e la regia è di maniera, a tratti ossessiva, con alcuni flash di attualizzazione musicale tremendamente fastidiosi.

Insomma, checché ne dicano troppi critici corrivi, un film pessimo. Bocciato e da dimenticare, nonostante le immagini finali con il Re quello vero che regala al mondo la sua ultima, struggente, tragica, immensa, immortale esecuzione di “Unchained melody”.