Ascobaires non avrà più i miei soldi fino a nuovo ordine

“Il 92% delle attività commerciali del corso ritiene che la pista ciclabile, introdotta l’anno scorso anche per gestire la difficile convivenza con il virus, abbia avuto un impatto negativo generale sulla mobilità. Mentre l’81% chiede che il tracciato venga spostato su un asse parallelo.”

Milano è piccola, si attraversa a piedi di buon passo in meno di 90 minuti e in bicicletta in metà tempo. Usare l’auto privata senza vera necessità è una scelta inefficiente, antieconomica ed egoista, perché contribuisce al danno ambientale, produce inquinamento volumetrico, crea pericolo e peggiora la qualità della vita soprattutto dei più deboli.

Infiniti esempi in Italia e all’estero dimostrano che la pedonalizzazione fa bene a tutti, commercio incluso. Stradacce scadenti e mal frequentate si trasformano in salotti quando le persone possono passeggiare tranquillamente. Le zone commerciali senza auto, con alberi, panchine e facilità di passeggiare valorizzano i centri storici e sono le più produttive.

E invece, contro ogni aspettativa e buonsenso, le giaculatorie dei commercianti sulla presunta perdita di fatturato provocata dal contenimento del traffico automobilistico privato ricorrono. Nel 1987 ci fu la sollevazione per la pedonalizzazione di corso Vittorio Emanuele (“Queste scelte sulla mobilità fanno male al traffico e agli affari dei commercianti”), poi diventato un salotto ammirato in tutto il mondo proprio grazie a quella chiusura. Stavolta a dar fastidio è la pista ciclabile che va da porta Venezia a piazzale Loreto, allestita durante il primo lockdown del 2020 per diminuire la pressione sui mezzi pubblici. Una buona idea, benché realizzata in fretta e senza infrastrutture, migliorabile ma che già funziona bene. E funzionerà molto meglio quando chi guida un’auto avrà più rispetto degli altri e della città.

Macché. «Il dato è chiaro. La pista ha generato il caos. È fonte di ingorghi, rallentamenti, ostacoli per i mezzi di soccorso» dice Gabriel Meghnagi, presidente di Ascobaires e casualmente vicino alla Lega di Salvini. L’affermazione si basa su un presunto sondaggio di Confcommercio secondo il quale “il 55% dei commercianti (dice che) l’introduzione della pista ha anche inciso negativamente sul fatturato dell’attività”.

Evidentemente ai commercianti di Ascobaires non sono chiare due cose in realtà palesi:

  1. la pista è stata fatta durante il lockdown, con le serrande forzatamente abbassate per il lockdown, i turisti scomparsi e la gente terrorizzata tappata in casa. La Lombardia ha perso il 9,4% di PIL. E Ascobaires dà la colpa alla pista ciclabile?
  2. Il caos in corso Buenos Aires è da sempre provocato dall’indisciplina di chi guida un’auto privata, in particolare dal parcheggio in doppia e tripla fila, la violazione che più impatta sulla scorrevolezza del traffico e dei “mezzi di soccorso” (di cui ci si preoccupa solo quando occorre).

Dall’inizio del lockdown ho sostenuto il commercio locale, evitando per quanto possibile gli acquisti online per dare una mano al commercio sul territorio, incluso corso Buenos Aires, meta privilegiata per il mio shopping fin da ragazzo, spesso concluso in uno dei magnifici ristoranti etnici che arricchiscono la zona. Ma d’ora in avanti e fino a quando continuerà questo ostruzionismo ipocrita e/o ottuso al progresso di Milano sposterò su Amazon gli acquisti che avrei fatto in corso Buenos Aires.

PS Vivo a Milano da quando sono nato e dal 1971 per oltre trent’anni l’ho girata esclusivamente con la’auto privata. Poi ho capito quanto fosse anacronistico quell’approccio alla mobilità. Non sono diventato un pasdaran “NO OIL!”, amo l’auto e la uso volentieri per viaggiare ogni volta che il treno non mi offre soluzioni pratiche. Ma in città uso piedi, bicicletta, mezzi pubblici e car sharing (una volta anche in taxi, ma ora non più). Come dovrebbe fare chiunque, salvo necessità reali.

PPS Ecco un altro maggiorente di Ascobaires fascista che per non incorrere che i suoi post nostalgici siano sanzionati di Facebook chiama “il Capo” quella carogna di Benito Mussolini. A dimostrare di che pasta è fatta Ascobaires.