Giuseppe Conte, leader del movimento populista fondato da Grillo e (salvo ripensamenti) futuro alleato del Partito Democratico, è contrario agli aiuti all’Ucraina, sui quali “si dovrà decidere ai gazebo“, durante le (ipotetiche) primarie per del “Campo Largo” (opportunamente ribattezzato “Campo Lavrov” da Pina Picierno). E aggiunge che se fosse presidente del Consiglio sospenderebbe immediatamente l’invio di armi e “costringerebbe Putin a sedersi a un tavolo di trattativa”.
La politica estera è uno dei temi più importanti per un Paese e dovrebbe rappresentare l’elemento aggregante di qualunque coalizione politica. Oggi la questione ucraina in Europa è determinante, perché riguarda il futuro stesso dell’Occidente e la sua capacità di rimanere un luogo coeso di benessere e democrazia. Una coalizione che nasca senza un’idea precisa — o meglio, con una profonda spaccatura interna — sulla politica estera non è un’alleanza: è un’accozzaglia unita solo dal tentativo di prendere il potere e spartirselo. Come ha ricordato oggi Davide Giacalone nel suo podcast, questa non è politica: è trasformismo.
D’altra parte, il trasformismo è una delle caratteristiche principali del leader del movimento populista fondato da Beppe Grillo. Non si può dimenticare che sia riuscito a governare prima con la destra di Salvini, poi con la sinistra del Partito Democratico e infine con il governo tecnico di Mario Draghi. Di fatto, Giuseppe Conte mira allo smantellamento dei corpi intermedi — pilastro delle democrazie occidentali — teorizzando un partito privo di linea politica, ma guidato dai sondaggi e dall’inseguimento di un consenso artificiale alimentato dalla macchina della propaganda. Una posizione inquietante, allineata alla guerra ibrida scatenata da Vladimir Putin contro l’Europa.
Dovrebbe bastare questo per dissuadere ogni sincero democratico dal sostenere una coalizione che includa Giuseppe Conte e la sua congrega di sabotatori della nostra democrazia.